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SPECIALE: IL TRUST NEI PASSAGGI GENERAZIONALI E LA TUTELA DEI PATRIMONI

Notizia inserita in data: 2/10/2015

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Il Trust, un istituto giuridico tutto da scoprire

L'Italia è un paradiso fiscale.

Una simile affermazione può sembrare strana in un Paese in cui la pressione fiscale non è certamente delle più leggere però, nell'ambito successorio, facendo una comparazione con le tassazioni vigenti in molti altri Stati dell'Unione Europea, l'affermazione è senz'altro vera.

La tassazione al 4% per i passaggi nei confronti dei discendenti in linea retta, la franchigia di 1.000.0000 di Euro per ciascun figlio e per il coniuge, che permette di non pagare l'imposta di successione fino ad un ammontare che nella famiglia tipo italiana (1 o 2 figli) si attesta pertanto sui 3 o 4 milioni di Euro, il fatto che questa franchigia per i beni immobili si applichi su un imponibile rappresentato dal valore catastale, che  attualmente è notoriamente inferiore di parecchio rispetto al valore di mercato, fanno sì che nel nostro Paese la tassazione in ambito successorio sia tra le più basse del mondo. Bisogna considerare che raramente si raggiunge un valore patrimoniale superiore a 3 o 4 milioni di Euro, quindi pochissime sono le successioni che versano imposte di successione. Vengono versate effettivamente solo le tasse e imposte residue, che sono oggettivamente poca cosa.

La stessa identica tassazione si applica oggi anche alle donazioni ed in genere per i trasferimenti senza corrispettivo. Le due norme fiscali sono praticamente gemelle. Delle sostanziali differenze operano in ambito di plusvalenza, ma per gli aspetti in esame le aliquote e le franchigie non differiscono. Questo è molto interessante nell'ambito del trust, di cui diremo dopo, dal momento che i trasferimenti a detti enti vengono effettuati a titolo gratuito.

Purtroppo pare proprio che a breve perderemo questo primato. Le notizie uscite di recente sul Sole 24 Ore e su tutta la stampa specializzata sono allarmanti.

Più volte è stato dato per certo che le aliquote saliranno per adeguarsi a quelle europee, il che potrebbe portare ad una percentuale a doppia cifra, inoltre le franchigie dovrebbero essere eliminate o quantomeno ridotte drasticamente. La circostanza poi che le rendite catastali sono già in costante aumento e che sia stato annunciato dal nostro premier che i valori catastali dovranno raggiungere quelli di mercato, porterà ad un aumento preoccupante dell'imponibile.

Il trend, considerate le imposte in vigore in altri ambiti, non sorprende.  Spaventa la prospettiva che i nostri figli siano costretti a vendere dei beni per pagare le imposte di successione, come avviene già in altri Stati. 

Il problema del trasferimento del patrimonio ai discendenti oggi è sempre più sentito, come peraltro quello della protezione del patrimonio stesso. Non sorprende certo che in un momento di grande incertezza per il futuro ed in un ambito economico nel quale sono crollati dei colossi, da tutti percepiti come indistruttibili, ci si preoccupi per il futuro e si inizi a programmare i passaggi generazionali cercando di tutelare i propri cari.

 

Ma che cos'è questo trust di cui si sente sempre più parlare?

Si tratta di un istituto giuridico di derivazione anglosassone, che consiste in una intestazione fiduciaria dei beni di qualsiasi tipo ad un soggetto, persona fisica o giuridica che comporta l'effettivo trasferimento dei beni stessi rendendoli a tutti gli effetti inattaccabili. É proprio questa caratteristica a renderlo uno strumento formidabile per gli scopi di cui trattiamo.

Innanzitutto non abbiamo le limitazioni di strumenti esistenti nel nostro codice civile. Nel fondo patrimoniale, ad esempio, i beni trasferibili si limitano agli immobili ed ai titoli di Stato. E gli altri beni? Nel mondo moderno si possono possedere quadri, orologi, automezzi che magari valgono più di un immobile. Possiamo avere collezioni e beni che possono costare diverse migliaia di euro, ma non possono essere protetti con i normali strumenti conosciuti dalla normativa italiana.

Per non parlare poi delle intestazioni fiduciarie concepite dalla Legge italiana. Non esiste nulla di più inutile e pericoloso.

Facciamo un esempio: al fine di non risultare proprietario di un bene, il soggetto A intesta lo stesso ad altro soggetto che chiameremo B. Che succede se il soggetto A ha un problema di qualsiasi tipo ed un creditore vuole colpire questo bene? Al creditore sarà sufficiente dimostrare che il bene è di A per poterlo colpire. Inoltre il bene, per tutti i terzi di buona fede (che sono ragionevolmente convinti della proprietà in capo a B, come si evincerebbe anche dalle risultanze dei registri immobiliari) il bene sarà aggredibile per un debito di B.

É del tutto evidente la pericolosità di una simile situazione e la potenziale confusione che ne potrebbe derivare.

Nel trust non è necessario fingere. I beni vengono ufficialmente affidati ad un soggetto diverso dal proprietario al fine di proteggerli e traghettarli ai beneficiari in maniera sicura.

 

Un altro esempio della maggiore efficacia di questo strumento rispetto a quelli rinvenibili nella normativa italiana si evince analizzando cosa succede quando si vuole cercare di proteggere un soggetto così detto debole, ad esempio un figlio che non sarà in grado, per età, per una malattia o per altri motivi, di badare a se stesso alla morte del genitore o anche quando questo sarà troppo anziano per accudirlo, o semplicemente si ammali anch'esso. In questi casi gli strumenti previsti nel nostro codice civile permettono di individuare un ente che penserà alla cura del soggetto debole, che diverrà proprietario dei beni indicati dal genitore una volta deceduto il soggetto da tutelare. Non nego che questo strumento mi ha sempre lasciato perplesso. Occorre affidarsi alla buonafede ed alla affidabilità del soggetto individuato. Inoltre si deve necessariamente fare fuoriuscire il bene dalla sfera di competenza del genitore, il quale potrebbe avere altri soggetti che ritiene degni eredi, ma che non potrà beneficiare per assicurarsi che il figlio venga accudito.

Con un trust in questi casi si potrebbe individuare un trustee affidabile e competente, al quale la proprietà del bene non passerà mai, individuando un successivo beneficiario che sarà gradito al genitore ed al quale i beni perverrebbero solo dopo la morte del figlio. Al trustee potrebbe spettare un compenso magari ottenibile con l'affitto del bene e potrebbe essere nominato un guardiano per vigilare sull'operato del trustee, il quale potrebbe essere sostituito qualora non operasse correttamente.

Mi pare evidentemente preferibile affidarsi ad un soggetto che guadagnerà di più se il soggetto debole vivrà più a lungo e che sennò opera correttamente può perdere l'incarico ed il guadagno, sotto la sorveglianza di una persona di fiducia, piuttosto che ad un soggetto che acquisirà la proprietà dei beni non appena il soggetto debole passerà a miglior vita. Senza voler nulla togliere a molti istituti serissimi, è proprio la costruzione legislativa che mi pare poco riuscita.

Il trust è un istituto già esistente da molti anni nel nostro ordinamento giuridico. Fino ad oggi la sua applicazione non è stata certo diffusa. Il problema della sua poca diffusione è spesso legato a problemi di carattere culturale, nonché dalla speculazione di pochi operatori che ne hanno voluto fare uno strumento di élite.

In realtà lo strumento può e deve essere utilizzabile da chiunque. Oggi la globalizzazione in essere stride fortemente con la disapplicazione di strumenti che derivano dalla legislazione di stampo anglosassone e finalmente esistono realtà professionali che applicano tariffe abbordabilissime da chiunque.

L'Italia ha aderito alla convenzione dell'Aja recependo il trust e stabilendo che la normativa applicabile debba essere scelta tra quelle di uno degli Stati che lo disciplinano. Questo porta a due vantaggi oggettivi: la possibilità di scegliere la normativa più confacente agli scopi del Trust e la possibilità di cambiare nel corso della durata del trust la normativa applicabile, se ne emergesse una più adatta all'ottenimento dello scopo.

Evidentemente una delle qualità principali del trust è la sua versatilità.

 

Ma vediamo come funziona: i soggetti interessati sono fondamentalmente tre, oltre ad un quarto eventuale ma molto utile e quindi consigliato:

 

-           Il disponente, che è il soggetto proprietario dei beni e che intende disporre sul futuro degli stessi;

-           Il trustee, che è il fiduciario che assume l'incarico con mandato di proteggere i beni conservandoli fino alla scadenza del trust e può essere persona fisica o giuridica;

-           I beneficiari, che sono i soggetti ai quali si devolveranno i beni alla scadenza prestabilita;

-           Infine abbiamo il guardiano o i guardiani, che sono soggetti eventuali e non obbligatori e che hanno il compito di vigilare sull'operato del trustee.

 

Il disponente trasferisce i beni al trustee. Questi, che è per legge impossibilitato a divenire proprietario dei beni o beneficiario e non può ottenerne neanche i frutti (ad esempio i proventi di un affitto), potrà solo gestirli rispettando le direttive del trustee e traghettarli integri fino al momento in cui li trasferirà ai beneficiari. Questi ultimi potranno ottenere i frutti dei beni durante la vita del trust, se il disponente lo vorrà, e divenire proprietari al suo scadere.

Va da sé che tra i beneficiari nel periodo di operatività del trust possano essere annoverati anche i beneficiari, altrimenti un soggetto che inserisce tutti i beni produttivi nel trust si troverebbe automaticamente indigente e che il trustee, se si tratta fi soggetto professionale, chiederà un compenso, non avendo altro sistema per sostentarsi.

É da notare che questa impostazione consente di proteggere perfettamente i beni. Gli stessi, infatti, non possono essere aggrediti dai creditori del disponente in quanto questo non sarà più proprietario.

Non possono essere aggrediti dai creditori del trustee, dato che questi non è e non diventerà proprietario dei beni, se non allo scopo previsto nell'atto istitutivo, infatti quell'insieme di beni acquisisce un proprio codice fiscale, diverso da quello del trustee, ed ipotizzando la peggiore delle situazioni, il fallimento di un trustee, il disponente potrà sostituirlo con una semplice dichiarazione spostando tutti i beni ad altro trustee, persona fisica o giuridica.

Infine non possono essere aggrediti dai creditori dei beneficiari, fino a quando i beni non gli saranno trasferiti.

Per questa ragione si tende in molte delle legislazioni a dare un termine alla durata del trust non superiore ai 99 anni, altrimenti iberni sarebbero inattaccabili in eterno.


Altra caratteristica importante è la possibilità di scendere molto nel dettaglio nella impostazione, arrivando ad una analiticità sconosciuta al nostro sistema, che tende per sua natura a schematizzare gli istituti giuridici dando loro caratteristiche fisse.

Tornando agli argomenti iniziali, non si possono trascurare i vantaggi fiscali. Oggi, nonostante una certa giurisprudenza che tenta di scoraggiare con stravaganti interpretazioni fiscali detti trasferimenti, in totale disaccordo con tutte le legislazioni europee ed internazionali (che tassano il trasferimento ad imposta fissa eccepir ma o poi saranno smentite, non conformandosi al l'enorme degli altri Stati membri della UE) è indubbio che di fronte alquanto prospettato all'inizio di questa disanima e considerando che nel trust si possono lecitamente evitare le imposte di successione (ad esempio nel caso del nonno che nomini beneficiari durante l'esistenza del trust i figli, ma allo scadere solo i nipoti), il trust conviene.

 

In altri termini, si può ottenere il risultato di decidere esattamente come gestire i beni, si risparmia e si protegge il patrimonio con un singolo atto.

 Per far intuire la versatilità di questo strumento, pensate ad un genitore, imprenditore di successo, che ha avuto figli in età avanzata. Con tutta probabilità si prospetta un periodo critico che passerà tra il momento in cui il padre smetterà di operare o non sarà più in grado di farlo ed il momento in cui i figli saranno in grado di sostituirlo.

In questo caso potrebbe nominare un trustee al fine di fargli gestire la società, sotto il controllo di professionisti di sua fiducia (commercialista, avvocato, notaio, ecc.) con l'incarico di lasciare che i figli finiscano il loro iter formativo, siano inseriti in azienda facendo ad esempio esperienza nei settori cruciali della società, per esempio per un anno in amministrazione, per uno nel settore commerciale, per uno in quello logistico, e così via, a discrezione del disponente che ben conosce la sua azienda e sa perfettamente dov'è necessario che operino per farsi la necessaria esperienza, per acquisire infine le quote della società ed iniziare ad agire in autonomia.

Nel caso in cui uno o più figli decidessero di fare altro nella vita, il sistema creato potrebbe consentire loro di ottenere un reddito e dedicarsi ad altre attività, ma comunque l'azienda potrebbe continuare a vivere, potrebbe essere venduta lasciando i proventi nel trust che creerebbe una rendita per i figli o ancora i proventi potrebbero essere distribuiti tra i figli.

 

Il trust esiste e funziona, bisogna solo approfondirne le potenzialità nei singoli casi parlando con professionisti esperti del settore, senza farsi spaventare da quelli che, non conoscendolo, continuano a volersi rifugiare in strumenti oramai anacronistici o quantomeno obsoleti.

Studio Pallino

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Commento inserito da: lamulle
Data inserimento: 7/21/2016 12:22:46 AM
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